Il fronte dell'Europa

di Arno Mayer. -  Il Manifesto 13 febbraio 2003

 

La lettera di sostegno al presidente Bush e all'America da parte dei leader di otto paesi europei è singolarmente ideologica e miope. La lista di valori che i firmatari sostengono di condividere con gli Stati uniti è del tutto scontata: «democrazia, libertà individuale, diritti umani e il primato della legge». Ma c'è una palese omissione: il capitalismo del libero mercato. Questa omissione colpisce ancora di più perché non è possibile ragionare sull'infame attacco terroristico dell'11 settembre senza tenere a mente che il suo principale obiettivo era il World Trade Center, un importante simbolo e un fulcro del capitalismo globalizzante. Colpisce non meno che, a tutt'oggi, i firmatari abbraccino ancora l'interpretazione dominante ma molto discutibile, risalente alla guerra fredda, sul ruolo indispensabile che gli Stati Uniti avrebbero avuto nella recente storia d'Europa: «Grazie in larga parte al coraggio, alla generosità e alla lungimiranza dell'America, l'Europa è stata liberata dalle due forme di tirannia che hanno devastato il nostro continente nel XX secolo: il nazismo e il comunismo». In entrambe le guerre mondiali l'America è stata un'alleata dell'ultima ora: nel 1914-1918, così come nel 1941-1945, il sacrificio di sangue dell'Europa è stato infinitamente maggiore e più pesante di quello dell'America. Senza dubbio gli Alleati non avrebbero potuto vincere senza l'intervento dello Zio Sam, anche se, tutto considerato, esso è stato principalmente materiale, finanziario e ideologico. Certamente durante la seconda guerra mondiale l'Armata Rossa ha dato infinitamente più «sangue, sudore e lacrime» rispetto all'esercito Usa perché la battaglia prendesse una piega sfavorevole alle potenze dell'Asse in Europa. In verità, se l'Armata Rossa non avesse spezzato la schiena della Wehrmacht negli anni 1942-1943, con ogni probabilità gli sbarchi americani sul Continente nel 1944 si sarebbero trasformati in un tragico bagno di sangue. Inoltre, anche durante la seconda guerra mondiale, gli Usa non hanno subito perdite tra i civili. Questa anomalia spiega in larga misura l'indignato furore seguito all'11 settembre, che ha messo fine all'innocenza dell'eccezione americana. Anche oggi, in quanto nazione-isola-continente, gli Stati uniti intendono ridurre al minimo le loro vittime, e si può dire che stiano cercando carne da cannone (e nerbo per la guerra e l'occupazione) sia nella vecchia che nella vecchia-nuova Europa. Giacché sottoscrivono implicitamente la strombazzata e presunta nuova dottrina dell'amministrazione Bush sulla guerra preventiva, gli otto firmatari dovrebbero ricordare che la logica della guerra preventiva ha giocato un ruolo in due momenti di svolta cruciali della Guerra dei trent'anni del XX secolo: nel luglio-agosto 1914, il Kaiser Guglielmo II e i suoi consiglieri fecero precipitare la guerra per impedire che l'equilibrio di potere militare volgesse a favore dell'Intesa nel 1917, quando ci si attendeva che la Russia zarista avrebbe completato la modernizzazione e la preparazione delle sue forze armate; nella primavera del 1941, Hitler si lanciò nella guerra contro l'Unione sovietica per evitare di dover affrontare Stalin nella primavera del 1942, quando ci si attendeva che l'Armata Rossa avrebbe completato la sua modernizzazione e la sua preparazione. C'è di più. Per dimostrare che la loro fedeltà all'America è libera da costrizioni, gli europei scismatici potrebbero ricordare ai loro amici americani che la logica della guerra preventiva informò significativamente la preparazione e i tempi dell'attacco giapponese su Pearl Harbor. Tutte e tre queste guerre preventive, meticolosamente pianificate, hanno avuto conseguenze enormi, impreviste e fuori misura: Verdun, Auschwitz, Dresda, Hiroshima.

Non si può che concordare con l'affermazione secondo cui il Consiglio di sicurezza, se vuole «mantenere la propria credibilità», deve «assicurare la piena applicazione delle sue risoluzioni». Ma anche su questo c'è una palese omissione: almeno dal 1967 il Consiglio di sicurezza chiude gli occhi sulle pesanti violazioni, se non sul disprezzo, delle risoluzioni Onu che si sono susseguite. Potrebbe darsi che i governi della vecchia-nuova Europa - in particolare i governi della Polonia, dell'Ungheria e dell'Italia, nonché della Romania - in un accesso di carità nuovo-testamentaria parteggino ciecamente con Israele contro i palestinesi per espiare il loro ruolo scellerato nell'uccisione degli ebrei? Inutile dire che, per loro ragioni politiche e geopolitiche, gli Stati uniti sostengono, per non dire impongono, questa evidente incongruità - se non duplicità.

Naturalmente, il dispotismo di Saddam Hussein e del suo regime non va negato né minimizzato. Ma è noto che l'America, come Frankenstein, già in passato ha allevato simili mostri, e oggi il pianeta ospita non pochi di tali despoti nel Terzo mondo. Questo solleva l'interrogativo sul perché l'America, mentre rinnova la missione di Woodrow Wilson di «rendere il mondo sicuro per la democrazia», si concentri ossessivamente su Saddam Hussein, dipingendolo come un incrocio di Stalin, Hitler, bin Laden e Satana. Sicuramente è una pura iperbole dichiarare che «il regime iracheno e le sue armi di distruzione di massa rappresentano un'evidente minaccia alla sicurezza mondiale». Questa affermazione riecheggia la vecchia demonizzazione dei vari leader sovietici e del loro regime. In confronto alla passata superpotenza della Russia sovietica, che tra il 1945 e il 1989 è stata contenuta senza ricorrere alla guerra, l'Iraq è un pigmeo in termini militari e ideologici.

Se la base economica dell'Iraq fosse la coltivazione di tulipani per l'esportazione, e il paese non disponesse invece della seconda più grande riserva petrolifera al mondo, gli Stati uniti chiuderebbero un occhio sull'arsenale di Baghdad, che in realtà non è così fuori dall'ordinario. Sin dalla vigilia del 1914 il controllo dei giacimenti petroliferi della Mesopotamia e arabi è stata una questione di primo piano nella diplomazia delle grandi potenze. Durante e subito dopo la prima guerra mondiale, l'Inghilterra e la Francia praticamente si spartirono i giacimenti di petrolio più grandi. Il patto Sykes-Picot del maggio 1916 servì come mappa stradale. Creato dalla sera alla mattina, l'Iraq era il primo premio, e andò alla Gran Bretagna. In cambio Londra cedette quasi un quarto della produzione di petrolio della regione irachena di Mosul alla Francia cui era andata la Siria, priva di petrolio. L'egemonia regionale di Londra fu rafforzata dal suo prolungato controllo del canale di Suez e dal suo protettorato in Palestina.

La Grande guerra confermò che in tempi di guerra e pace il petrolio era, come disse Georges Clemenceau, «necessario come il sangue», in particolare per il Primo mondo. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno soppiantato la Gran Bretagna come potenza dominante in Medio oriente. Il fatto che Londra e Parigi, abbandonate da Washington, non siano riuscite ad accaparrarsi il controllo del canale di Suez nel 1956 ha rappresentato simbolicamente il consolidamento dell'egemonia militare ed economica americana in Mesopotamia e Arabia. Con le risorse petrolifere di questa regione più importanti che mai, la Casa bianca non intende permettere alcuna minaccia al suo predominio in Medio oriente. Questo è vitale per il suo progetto imperiale, ivi compresa la sua influenza sulle altre economie del primo mondo e della Cina.

In effetti Washington intende concedere l'accesso privilegiato al petrolio mediorientale all'Inghilterra, i cui pozzi nel mare del Nord si stanno prosciugando, a svantaggio di Francia e Germania che insieme al Benelux sono - con buona pace di Donald Rumsfeld - il cuore della nuova Europa, la cui economia, compreso l'esordiente euro, promette di sfidare l'economia americana e la supremazia del dollaro.

C'è una certa affinità ideologica tra i membri dell'emergente «asse della virtù» che propone di combattere l'emergente «asse del male», specialmente da quando il sostegno a Tony Blair è più forte tra i conservatori britannici - e australiani. La Casa bianca, ispirandosi al vecchio Cremlino, intende presiedere una Quinta internazionale di governi e regimi amici, e qualunque paese che rifiuterà di mettersi in fila sarà accusato di voler aiutare il nemico o di essere suo compagno di viaggio. In questa prospettiva, nell'eventualità che vadano avanti nel tentativo di cercare una terza via, la Germania di Schroeder e la Francia di Chirac potrebbero ben diventare l'equivalente funzionale della Jugoslavia di ieri, scritto grande e forte. Tito redivivo!

In questa congiuntura l'Iraq non è una Ding an sich, una cosa in se stessa: per gli Stati uniti è una pedina in gioco nella geopolitica e nella geoeconomia del suo potere imperiale; per l'Europa genuinamente nuova l'Iraq è un test che misura la sua crescente autonomia e la sua forza politica ed economica nel sistema mondo. È naturale che l'America cerchi di bloccare e rallentare l'emancipazione dell'Europa chiamando a raccolta, in particolare, gli ex satelliti del Patto di Varsavia, il cui primo debito di lealtà è nei confronti della Nato piuttosto che dell'Unione europea. Ma non è meno naturale che l'Ue, la quale recentemente ha dato a questi paesi il benvenuto, chieda a essi di assumersi le loro responsabilità e di fare il loro giuramento. Per quanto riguarda poi l'Inghilterra, forse essa non andrebbe scoraggiata dal presentare domanda per diventare il 51° stato dell'Unione americana.

Nel frattempo tutti gli europei, che conoscono fin troppo bene il costo della guerra, farebbero bene a ricordare che le classiche guerre di confine, alla maniera di von Clausewitz, sono tutt'altro che un fatto del passato. Come Israele sta imparando per esperienza, non si può vincere una guerra al terrore (al terrorismo) bombardando la sede di un governo, rovesciando un regime o smantellando un esercito. Nel pensare e preparare la guerra ibrida e non pianificata di domani, le élite strategiche dell'Unione europea dovrebbero considerare quanto sia importante combinare una nuova generazione di tattica e armi militari umane con una nuova generazione di interventi politici, sociali e culturali senza i quali la minaccia del terrore sarà difficile, se non impossibile, da contenere.

*Professore emerito di storia all'università di Princeton(Traduzione di Marina Impallomeni)