Da una provocazione, un dibattito decisivo

di Giorgio De Vecchi. - Maggio 2003

 

Un articolo di Carlo Pelanda, scritto per Il Giornale dell'11 aprile 2003,  pone in termini chiari e perentori un problema di fondo dal quale deriva il giudizio di legittimità che può essere dato non solo sull'intera vicenda della guerra in Iraq, ma in generale ogniqualvolta ci troviamo di fronte alla duplice e spesso contraddittoria istanza tra

L'autore, che è un serio e riconosciuto docente di Politica ed Economia Internazionale negli Stati Uniti, ha la capacità connaturata di andare immediatamente al sodo della questione [lo ha anche dimostrato il 4 gennaio 2003 mollando un ceffone durante una trasmissione televisiva ad Adel Smith, rappresentante dell'Unione musulmana in Italia che, da quanto stava dicendo, qualche schiaffo se lo sarebbe di certo meritato ... ] e, fin dalle prime righe, il lettore ha di fronte una chiara e inequivocabile definizione del problema. Leggiamola.

 

"Gli americani e loro alleati hanno donato la libertà agli iracheni. Ma questi, ricevendola con gioia, hanno fatto un regalo perfino più grande all'Occidente confermando la natura giusta della guerra di liberazione e, quindi, del «pensiero forte» che l'ha guidata. Ciò mette nell'angolo il «pensiero debole» che ha separato legittimità e giustezza dell'iniziativa [...]

Perché «pensiero debole»? Per il fatto che in una contraddizione tra «legittimità formale» e «giustezza sostanziale» si preferisce la difesa nominalistica della prima."

[vai all'intero articolo]

 

In relazione alla duplice istanza contraddittoria sopra accennata e alla definizione del problema data dal prof. Pelanda, il caso specifico dell'Iraq può così essere analizzato

 

Alcune precisazioni:

 

Prima di proporre alcuni interventi che valutano il problema dal punto di vista delle istanze della legittimità formale che, riteniamo, costituisce la forza della cultura giuridica della civiltà occidentale alla quale siamo fieri di appartenere, (che, sia detto per inciso e senza seconde intenzioni, ci mette al riparo dall'arbitrio dei giudici e dal dispotismo del potere), vogliamo proporre alcuni modelli ("figure" o rappresentazioni) comparsi lungo la storia della nostra civiltà che ci riconducono al problema. Come tali appartengono tutti alla nostra storia e quindi con tutti dobbiamo confrontarci.

1. Niccolò Machiavelli

è proposto quale acuto analista dei meccanismi del potere e del giudizio che l'opinione pubblica dà delle azioni del principe, là dove - cap. XVIII de Il Principe - afferma che "il fine giustifica i mezzi". Questa espressione in realtà non compare nel testo e rimanda a un'interpretazione di Machiavelli che, a nostro parere ne falsa il pensiero più genuino: meglio sarebbe dire che "il fine implica e richiede i mezzi atti a raggiungerlo", i quali, come tali, non devono essere valutati secondo i criteri morali di "giusto o ingiusto" ma secondo quelli politici di "efficace o inefficace". La "gente" (il vulgo) invece giudica secondo criteri morali e, allora, se il principe avrà raggiunto lo scopo, la gente dirà che i mezzi sono stati "giusti".

 

"Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto relligione E non è cosa più necessaria a parere di avere, che questa ultima qualità.

E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de' principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine.

Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa, e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi."

 

Riconducendo questo modello alla valutazione sulla guerra in Iraq possiamo affermare che:

Il modello di Machiavelli, sia chiaro, ha grande dignità concettuale e come tale appartiene alla nostra cultura e civiltà, anzi ne è parte integrante: espressione più genuina del realismo politico è questa un'obiezione forte che le "anime belle" non possono lasciar cadere senza l'impegno di una riflessione e il riconoscimento di esserne parte.

 

2. Robespierre

è proposto come l'interprete più rigoroso e coerente della "giustezza sostanziale" quale principio ispiratore dell'azione politica, ossia del principio che la realizzazione del "bene e del giusto", una volta definiti e posti come obiettivo dell'azione politica, non debba essere condizionata e subordinata al rispetto formale delle procedure legali e che quando queste siano in contraddizione con quella si debbano sospendere in vista di un bene superiore, la sostanza appunto.

Il che vuol dire, ad esempio, che se io sono moralmente certo che chi mi sta di fronte trama contro la sicurezza mia o dello Stato è preferibile impedirglielo con qualunque mezzo atto a raggiungere il fine giusto che mi propongo.

Nella storia evocata (il periodo del Terrore) dal personaggio Robespierre questo modello presenta tutti gli elementi definiti, che come tali, ossia indipendentemente dal contenuto, vanno analizzati

Il discorso di Robespierre, che giustifica la necessità del Terrore (=sospensione delle garanzie giuridiche, processi sommari, ghigliottina)  quale strumento necessario a difesa della repubblica democratica dai suoi nemici interni ed esterni, è insieme un modello di raffinata retorica, ma anche un ragionamento geometricamente perfetto e di fatto si appella al principio che antepone la necessità di realizzare uno scopo, definito buono in sé (potremmo discutere nel merito, ma non è questo il problema), al rispetto delle regole formali, per altro sancite dalla stessa costituzione giacobina del 1793 che assicura ad ogni cittadino l'uguaglianza e quindi la protezione della legge.

A chi obietta che il terrore è la stessa forza del dispotismo, Robespierre risponde significativamente: "si, ma come la spada che brilla nelle mani degli eroi della libertà assomiglia a quella della quale sono armati gli sgherri della tirannia"

 

Si dirà che questo è un modello di democrazia giacobina, ossia il modello dal quale sarebbero derivati i totalitarismi del Novecento.

Ma è proprio questo il punto: il giacobinismo si è rivelato nella storia come la più coerente e inquietante realizzazione del principio che la sostanza, non la forma, rende giusta un'azione condotta da chi detiene l''uso legittimo della forza".

Ora se prima, alle anime belle, abbiamo chiesto di fare i conti con la cruda necessità della politica (realismo), ai realisti, che guardano alla sostanza dell'azione politica, tocca ora fare i conti con una obiezione altrettanto sostanziale: una volta che si sia spezzato il legame tra la legittimità formale di un atto e la sua giustezza sostanziale, chi ci difenderà dai Robespierre i quali, combinando retorica e rigore razionale, concludono che la sostanza deve prevalere sulla forma, "tagliando la testa ..." ad ogni altra opinione?

Affidiamo questo dilemma alla terza figura con la quale vogliamo definire il problema.

 

3. Thomas More

è qui proposta una raffigurazione del personaggio storico, presa dal film "Un uomo per tutte le stagioni". Cancelliere del regno di Inghilterra, si fa garante delle leggi e del rispetto formale delle procedure al punto di accettare il martirio pur di non andare contro ai dettami della sua coscienza nel conflitto che lo oppose al re Enrico VIII.

Da una scena del film proponiamo un dialogo [vedi il testo e il filmato] che traduce alla perfezione il modello "del pensiero debole" (?), anch'esso interno alla nostra civiltà, che identifica la giustezza delle procedure giuridiche

In altre parole, se la giustizia per colpire il reo adotta procedure ingiuste - quand'anche efficaci - si contraddice e nega se stessa.

Secondo questa prospettiva il rispetto formale delle procedure con le quali si afferma il diritto o si ricostituisce un diritto violato, è l'unica garanzia che ci difende dall'arbitrio e ci garantisce da definizioni soggettive del bene (quale quella di Robespierre) che si capovolgono nella più evidente violazione del diritto stesso.

 

Per non concludere: