di Luigi Ferrajoli, in http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/021124a.htm
Di Norberto Bobbio abbiamo sempre ammirato la straordinaria capacità di
operare distinzioni: di analizzare i concetti, di chiarire i diversi significati
con cui spesso vengono usati, di scomporre, contrapporre e ricomporre i termini,
troppe volte equivoci, dei problemi. L'insegnamento bobbiano che qui mi piace
ricordare riguarda tuttavia non le distinzioni ma le implicazioni da lui
istituite.
Innanzitutto il nesso razionale teorico e pratico da Bobbio costantemente
istituito, nella sua opera di filosofo del diritto come in quella di filosofo
della politica, tra diritto e democrazia. Bobbio è un giuspositivista e quindi
un convinto assertore della separazione tra diritto e morale, tra diritto e
giustizia. Il diritto positivo, ci ha insegnato, non implica la giustizia né
tanto meno la democrazia, ben potendo, purtroppo, essere sommamente ingiusto,
illiberale e antidemocratico.
E tuttavia non vale, secondo Bobbio, la non implicazione inversa. La
giustizia, le libertà, o quanto meno quel sistema di principi e valori che
chiamiamo "democrazia", implica il diritto. Può ben esserci, ovviamente, diritto
senza democrazia, ma non può esserci democrazia senza diritto. Giacché la
democrazia è un insieme di regole - le regole del gioco, appunto - e queste
regole sono le regole giuridiche: non qualunque regola, ma le regole
costituzionali che assicurano il potere della maggioranza e insieme i limiti e i
vincoli al potere di maggioranza.
Io credo che questo sia il maggior insegnamento di Norberto Bobbio:
importante ieri, allorché l'illusione di una democrazia o di un socialismo senza
diritto ha rappresentato una causa non secondaria del fallimento di quella
grande speranza del secolo che è stato il socialismo realizzato; ma non meno
importante oggi che il disprezzo per la legalità e l'insofferenza per regole e
controlli sembrano divenuti il denominatore comune delle odierne ideologie
liberiste, che non ammettono limiti ai poteri privati sul mercato e, insieme,
delle concezioni correnti della democrazia come onnipotenza della maggioranza.
Il secondo nesso è quello tra diritto e ragione. Se la democrazia è anche una
costruzione giuridica, essendo il diritto lo strumento necessario per modellare
e garantire le istituzioni democratiche, è vero ancor prima, secondo Bobbio, che
il diritto è una costruzione razionale, essendo la ragione lo strumento
necessario per progettare ed elaborare il diritto. C'è un passo bellissimo di
Bobbio, nella sua Introduzione del 1948 al De Cive di Hobbes, che esprime nella
maniera più lucida questo nesso tra diritto e ragione: "la filosofia civile,
come la geometria", scrive Bobbio a proposito di Hobbes, "rivolge la propria
conoscenza ad un oggetto che noi stessi produciamo". E "in che senso si può dire
che noi produciamo l'oggetto della filosofia civile o, con le parole stesse di
Hobbes, formiamo lo Stato? Lo Stato, risponde Hobbes, non è per natura ma per
convenzione. Appunto perché soddisfa ad un'esigenza elementare dell'uomo sono
gli stessi uomini che lo vogliono".
Per questo la teoria bobbiana del diritto, come già la teoria hobbesiana
dello Stato, è una "teoria di ragione": perché il diritto non è un'entità
naturale, bensì un artificio, frutto della politica e della teoria, ed è come lo
interpretiamo e lo difendiamo e, prima ancora, come lo pensiamo, lo progettiamo
e lo trasformiamo.
Il terzo nesso è tra ragione e pace. "Gli uomini di Hobbes", scrive ancora
Bobbio nella sua Introduzione al De Cive, "sono condotti a fondare lo Stato da
un ragionamento: mentre la guerra è il prodotto di un'inclinazione naturale, la
pace è un dettame della retta ragione, cioè di quella facoltà che permette
all'uomo di ricavare certe conseguenze da certe premesse o di risalire ai
principi partendo da certi dati di fatto". Hobbes, aggiunge Bobbio, "non si
preoccupa di sapere se gli uomini primitivi siano mai stati capaci di seguire il
raziocinio fino ad accordarsi sulla costituzione dello Stato; gli individui a
cui parla sono i suoi contemporanei o meglio i suoi concittadini, e lo stato di
natura da cui devono uscire è l'aperta lotta religiosa e politica della sua
patria, sotto il cui fuoco sta covando la guerra civile. A costoro egli intende
spiegare che lo Stato è il prodotto degli uomini stessi, e più precisamente
della volontà degli uomini in quanto esseri ragionevoli; o se si vuole della
volontà razionale dell'uomo".
Anche Bobbio - nel 1948, tre secoli dopo, all'indomani della guerra più
sanguinosa della storia umana - parla ai suoi contemporanei e ai suoi
concittadini, pensando alla nuova Italia repubblicana, alla democrazia da
costruire, alla pace da difendere e da garantire. E anche Bobbio, a costoro,
intende spiegare che il diritto è una costruzione umana e che di esso tutti noi
portiamo la responsabilità: come filosofi, come giuristi, come cittadini; e che
sono costruzioni umane, essendo costruzioni giuridiche oltre che sociali, anche
la democrazia e la pace.
Ma come si costruisce la pace? Si costruisce, risponde Bobbio, mettendo in
atto il quarto nesso qui ricordato: cioè garantendo i diritti umani - il diritto
alla vita, le libertà fondamentali, i diritti sociali alla sopravvivenza - la
cui violazione in tutto il mondo è la causa principale della violenza, delle
guerre, del terrorismo. un monito niente affatto utopistico, ma massimamente
realistico e oggi più che mai attuale, che Bobbio formula ricordando il
preambolo della Dichiarazione universale del 1948, nel quale la tutela dei
diritti umani è indicata come "il fondamento della pace nel mondo" e come la
sola strada da seguire "se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere
come ultima istanza alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione".
Certamente, afferma Bobbio richiamando Kant, il progresso "non è necessario",
ma "soltanto possibile". Ma esso dipende anche dalla nostra fiducia in questa
"possibilità" e dal nostro rifiuto di dare per scontate "l'immobilità e la
monotona ripetitività della storia". "Rispetto alle grandi aspirazioni
dell'uomo" formulate nelle tante carte e dichiarazioni dei diritti, egli scrive,
"siamo già troppo in ritardo. Cerchiamo di non accrescerlo con la nostra
sfiducia, con la nostra indolenza, col nostro scetticismo. Non abbiamo tempo da
perdere. La storia, come sempre, mantiene la sua ambiguità procedendo verso due
direzioni opposte: verso la pace o verso la guerra, verso la libertà o verso
l'oppressione. La via della pace e della libertà passa certamente attraverso il
riconoscimento e la protezione dei diritti dell'uomo... Non mi nascondo che la
via è difficile. Ma non ci sono alternative".
Sono questi quattro nessi, a me pare, l'insegnamento più prezioso di Norberto
Bobbio. Certamente, di fronte alla crisi che sta attraversando in Italia il
nostro stato di diritto, alla crescita esponenziale della disuguaglianza e della
miseria nell'odierna "età dei diritti", alle disinvolte minacce di guerra con
cui i capi dell'Occidente si illudono di governare il mondo e di esorcizzare la
loro inadeguatezza, non possiamo avere nessuna certezza intorno al futuro della
pace e della democrazia.
Sappiamo però, grazie anche all'insegnamento di Bobbio, che la pace e la democrazia sono possibili, e che nella loro costruzione non esistono alternative al diritto, ai diritti e alla ragione.