L’arretratezza socio-culturale e il ruolo della mentalità


L’antropologo C. Tullio Altan è un convinto sostenitore che le tare della società italiana abbiano la loro spiegazione nel perdurare di una mentalità che ha origini lontane (nell’Italia delle signorie e nel dominio straniero della penisola) e pertanto chiarisce il rapporto che passa tra mentalità e altri aspetti della vita collettiva e denuncia lo scarso impegno degli studiosi italiani nell’esaminare questi problemi.

Carlo Tullio-Altan, La nostra Italia: clientelismo, trasformismo e ribellismo dall’Unità al 2000, Egea, 2000, p. 9 e sg.


 

Nel quadro delle prospettive teoriche che debbono essere chiamate in causa nel tentare una interpretazione della crisi della società italiana ci sembra che ad una di esse si sia fatto scarsamente, e assai male, ricorso, fino ad oggi, e cioè la prospettiva antropologico-culturale. Non che ne siano mancati i tentativi. […] Disgraziatamente simili caratteristiche culturali, nello spirito della cultura dominante del tempo, che era quella del positivismo, venivano piegate in termini genetici, imputandole alla «razza», da cui il meritato discredito dei lavori della scuola italiana di antropologia sociale di fine secolo. Ma sta di fatto che, alla luce degli sviluppi attuali del dibattito antropologico, le caratteristiche culturali di una determinata società non vanno spiegate in una simile e riduttiva chiave interpretativa e cioè come un «dato di natura», bensì come un prodotto della sua storia, che è la vera matrice del carattere nazionale» di un popolo. E in questa prospettiva […] è lecito affermare che: «In Italia e nel Mezzogiorno più che altrove, c'è troppa individualità, troppo poca attitudine ad associarsi per un lavoro fatto in comune. Si sente troppo l'Io e troppo poco il Noi. Riusciamo assai bene in tutto quello che richiede iniziativa privata, energia individuale; assai peggio dove si richiede l'energia riunita di molti, per un fine non personale, ma comune» (P. Villari). Molte cose sono cambiate in Italia, da quando Villari scriveva queste righe (1883), ma che queste caratteristiche, nonostante le radicali trasformazioni sociali ed economiche intervenute nel frattempo, siano ancora largamente diffuse, sia pure in modo non omogeneo, nelle diverse classi della società e nelle diverse regioni del paese, è un fatto incontestabile, quando si facciano dei confronti con altri paesi democratici. È ovvio che non tutto ciò che accade oggi nel paese possa essere spiegato in termini di idee. Una forma storica di «mentalità» fra l'altro non nasce dal nulla, ma si delinea e si consolida, in un certo equilibrio storico, in funzione delle sue basi economiche, delle forze sociali che operano nel suo ambito e delle sue condizioni e istituzioni politiche. Ciò non toglie che, una volta che essa si sia costituita, tale mentalità, come in genere i fatti di cultura, persista ben oltre alle condizioni originali che l'hanno prodotta, agendo a sua volta profondamente sulla realtà. Le idee, le credenze, i pregiudizi, le norme di vita che fanno parte di una cultura, quando si traducono in concreti comportamenti, cessano di appartenere al puro regno dei simboli e dei concetti, e si fanno «cose» e cose di eccezionale durezza e consistenza, con le quali bisogna fare i conti come con la più tenace realtà.

Ora quando un certo patrimonio di cultura, nel quale si plasmano le personalità degli uomini di un certo gruppo umano, persiste nel tempo ben oltre alle condizioni originarie che l'hanno prodotto, e si mostra obsoleto in rapporto alle nuove esigenze di una società in radicale mutamento, le più gravi conseguenze ne possono derivare nel tessuto della società civile, quali oggi si manifestano in quella italiana. Ci troviamo così di fronte al fenomeno dell'arretratezza culturale, nei suoi riflessi sociali.

Ma di un tal fenomeno si parla poco volentieri, come si fa con le malattie vergognose, per cui si finisce tacitamente con il considerarlo alla stregua di un fatto di natura, irrimediabile, per cui si deve agire comunque, come se esso non esistesse. La ragion d'essere della celebre frase, così spesso usata dal Salvemini, sul pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà, nel giudizio sulle realtà sociali e le azioni possibili, riposa sopra un simile escamotage, in quanto l'arretratezza socio-culturale, constatata inequivocabilmente nei fatti e nei comportamenti in cui si esprime la società italiana, viene in realtà poi scotomizzata, in quanto tacitamente e pessimisticamente giudicata immodificabile, per lasciare il posto, comunque, all'azione la quale, non tenendone debito conto, finisce col concludersi nel fallimento, come lo stesso Salvemini ebbe amaramente modo di esperimentare e di riconoscere. E se, come fecero i grandi meridionalisti dell'Ottocento, se ne parla, e si cerca una via per rimuovere questa condizione negativa della cultura, che così incisivamente opera nella pubblica moralità, l'esito più probabile è quello di passare per un velleitario moralista, come sono stati giudicati dalla critica moderna quei grandi studiosi ricercatori.

Questo spiega almeno in parte un fatto constatato, fra gli altri, da Jacques Le Goff, quando osserva la riluttanza degli italiani a studiare il proprio passato culturale, come fattore storico che agisce sul presente. Dopo aver rilevato la carenza assoluta di studi sul «peso del passato nella coscienza collettiva italiana», de nostro paese, egli osserva: «Questa mancanza di studi pone a sua volta degli interrogativi. Poiché non sembra che vi sia indifferenza per il passato, si tratta forse di una incapacità degli italiani a prendere le distanze nei suoi confronti? Si tratta di volontà di dimenticare o di paura del sacrilegio? È il rifiuto di scegliere tra una storia rimossa e una storia santificata? È il desiderio di partire da una tabula rasa verso la modernità, o è la difficoltà di allontanarsi da una storia cominciata? Qual è il modello che ispira questo silenzio: Italia anno zero o la Santa Repubblica Italiana?» (J. Le Goff, Il caso italiano, 1974, p. 545).

Il fatto è che questo passato è largamente caratterizzato da quella che ho chiamato una forma di arretratezza socioculturale, di fronte alla quale il comportamento degli studiosi italiani sembra viziato da una forma di rimozione nevrotica, le cui radici sono molteplici. Di una si è già detto, e cioè del cattivo uso fatto in chiave genetica dei temi della coscienza collettiva e della cultura opera dell'antropologia sociale dei Lombroso, Sergi, Niceforo, a fine Ottocento, che hanno screditato l'intero argomento; un'altra è data dalla reazione agli eccessi dello spiritualismo idealistico, che trasferiva nell'empireo della metafisica la dimensione culturale della vita sociale, sottraendola ad una con--era indagine critica; e da ultimo una astratta concezione della cultura come puro epifenomeno sovrastrutturale, propria di un certo veteromarxismo, che tende a privilegiare in modo esclusivo, nell'interpretazione dei fatti storici, la dimensione di classe, a spese delle altre, fra le quali in primo luogo quella della cultura come decisivo fatto sociale. Nei riguardi di quest'ultima posizione detto che, se nessuno oggi si sogna di mettere in dubbio la funzione euristica del concetto di classe nell'interpretazione dei fatti storici e sociali ciò non legittima l'eccesso di fare della realtà di classe una variabile indipendente, che issa spiegare alle radici ogni fenomeno della vita sociale. Oltre a queste :more di natura specificamente culturale, una più generale ragione della riluttanza degli studiosi italiani a prendere coscienza critica del peso del pro-,-io passato culturale risiede in un meccanismo psicologico più generale, che quello stesso per il quale i nodi irrisolti della propria esperienza negativa, tendono a venire energicamente rimossi dalla sfera dell'attività cosciente, per confinarli nelle ombre dell'inconscio.